GIOIA

Conchita Wurst vista da Beatriz Preciado. Su Gioia!

Conchita Wurst Portrait SessionChiariamo: Conchita Wurst (25 anni), vincitrice dell’Eurovision 2014 (il Sanremo d’Europa), fattezze femminili e sul viso una vistosa barba è “un esempio di performance genderfucking che volutamente riunisce tratti tipicamente femminili e maschili” precisa Michela Baldo, ricercatrice all’università di Londra e curatrice (con Rachele Borghi e Olivia Fiorilli) del nuovissimo Il Re nudo. Per un archivio Drag king in Italia (Altera) storie e immagini di donne che per arte o passione vestono il maschile.  La novità (per i media) di Conchita è: io non scelgo, mi tengo la gonna e la barba mostrando quanto è sottile il confine tra essere/apparire uomo o donna. Wurst (in tedesco non mi importa) personifica la teoria queer che mette in discussione la naturalità dei generi contestando la divisione in categorie (etero, omo) e dagli ambienti universitari si è diffusa nelle controculture e nelle arti (dal film Tomboy al musical Priscilla) fino ad arrivare sul palco pop dell’Eurovison. E non solo: a Cannes per la settimana della critica in concorso c’è Più buio a mezzanotte esordio Sebastiano Riso, ispirato alla vita di Davide Cordova, in arte Fuxia, drag queen della scena romana. Né un caso né un episodio allora che abbia vinto Conchita?

1273861378_850215_0000000000_sumario_normalRisponde Beatriz Preciado, spagnola, la più autorevole filosofa europea di teoria queer che volentieri si fa fotografare con i baffi (in Italia è pubblicata da Fandango Libri): “Il corpo di un cantante è sempre la realizzazione di un immaginario collettivo. Vedi Michel Jackson, David Bowie, Madonna o Lady Gaga. Sono metafore somatiche che condensano progetti di trasformazione politica mettendo in discussione l’eterosessualità. Per Conchita Wurst il corpo funziona come un manifesto della controcultura drag queen e queer (anche se il loro successo è stato l’effetto di marketing): non è né un uomo vestito da donna o una donna con la barba, ma un soggetto politico che libera e giocosamente si appropria dei segni culturali della mascolinità e della femminilità”. Perché quella barba ci turba così tanto? “È il significante per eccellenza della mascolinità sovrana. Hanno la barba Dio, Babbo Natale, gli antichi re e Bin Laden. Fino al XIX secolo, la donna barbuta era un pugno nell’occhio, roba da freak show, mentre nel XXI secolo è una malattia da curare con i farmaci o con un trattamento estetico. Negli anni 80, la cultura gay se ne è riappropria per sottolineare la sua mascolinità quando nel pieno dei discorsi medici e sociali contro l’effeminatezza ma ne fa un segno di artificialità proprio come i tacchi o le ciglia finte”. Dunque, non c’è scandalo a dire che la vittoria di Conchita Wurst è soprattutto un messaggio politico e culturale (la canzone Raise like a phoenix è orecchiabile come tante) e l’Eurovision ne ha scelto uno fortissimo di tolleranza e rispetto verso le differenze. E allora, tuffiamoci nella tendenza e facciamo un gioco: proviamo per una volta, a metterci nei panni dell’altro o come Conchita nei panni di entrambi per scoprire l’effetto che fa. A casa, davanti allo specchio, oppure con altre donne (7/8 giugno, Roma, Casa internazionale delle donne, workshop di Drag King, organizzato da Eyes Wild Drag): ci sarà paura, curiosità, eccitazione e di sicuro anche un gran divertimento (lo assicuro avendoci già provato, alla faccia di omofobi e transfobi barbuti oppure no)

 

Questa è la versione integrale di un articolo pubblicato su Gioia! n. 19

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