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Credevo fosse colpa mia (ma non era vero). Su Gioia!

bosch-1Passiamo la giornata a sentirci “non abbastanza”:  efficienti, riposate, gentili, furbe, intelligenti, ricche, multitasking, eccitate, potenti, rispettate, ammirate, accolte, mai veramente aderenti al modello ideale di mamma severa ma affettuosa, amica affidabile e comprensiva, professionista a cui vien naturale fare veloce e bene, per non dire della sera quando stracciate da 12 ore di fatica del corpo e logorio dell’anima (causa lo scarto tra ciò che siamo e ciò che non riusciamo ad essere), schiantiamo sul divano in pigiama sognando lingerie di seta, sesso e seduzione. Pensiamo: è colpa mia se non sono come è giusto essere. E invece siamo solo cadute nella rete della vergogna, “emozione dolorosamente intensa che nasce dalla convinzione di essere imperfette e quindi indegne di essere accettate e di appartenere alla comunità. Siamo intrappolate in una ragnatela di aspettative socio-comunitarie stratificate, incompatibili e contraddittorie” . Possiamo mai essere quello che vuole nostra madre, la vicina, l’insegnante dei figli, la tv, l’associazione dei volontari, la capoufficio, la mia rivista preferita, il portiere, il salumiere, il prete? Tutti si aspettano qualcosa e spesso sono obiettivi irraggiungibili singolarmente presi, posso mai essere soddisfatti da una sola persona? No. E scatta la trappola. “Quando ci vergogniamo siamo più propense a comportarci in modo autodistruttivo, ad attaccare o umiliare gli altri e a non intervenire se qualcuno ha bisogno di aiuto.  Quando ci vergogniamo e siamo spaventate, la colpa è dietro l’angolo. A volte, ci teniamo tutto dentro e incolpiamo noi stesse, altre volte esplodiamo e incolpiamo gli altri.  Ce la prendiamo con i bambini, con i dipendenti, con il nostro compagno, finanche con il controllore dell’autobus. Implodiamo o esplodiamo, siamo quasi del tutto inconsapevoli di quello che facciamo e del perché lo facciamo. Usiamo la colpa per far fronte alla sensazione d’impotenza. Non siamo le sole, viviamo immersi nella cultura della vergogna. L’abitudine di affibbiare nomignoli e diffamare le persone ha rimpiazzato le grandi discussioni su religione, politica e cultura. I programmi televisivi che promettono alleanze spietate, pugnalate alle spalle, zuffe, estromissione sono nutrimento quotidiano. Utilizziamo la vergogna come uno strumento per crescere, educare e punire i nostri figli convinti che ce ne sia una buona da usare come bussola morale ma nessuno studio lo ha dimostrato (invece tutti noi abbiamo un ricordo di umiliazione che non ci ha fatto crescere ma solo disperare). E però insistiamo. Ci serviamo della vergogna per proteggerci (che nessuna scopra la malattia, le origini umili, il pessimo inglese, i troppi surgelati, la giacca riciclata, lo scapaccione dato al figlio) o persino divertirci: parlare male di qualcuno in un circolo di gente appena conosciuta fa scattare empatia ma a fine serata ci sentiamo un po’ stronze, sole e disconnesse. Possiamo andare avanti così? Certo, anche una vita intera. Ma ne vale pena? No. E una soluzione per essere un po’ più felici c’è.

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Tutto questo lo racconta Brenè Brown nel suo Credevo fosse colpa mia (ma non era vero) edito da ultra (castelvecchi). Sottotitolo: Come sconfiggere la cultura della vergogna e riprendersi al propria vita. Brown, docente dell’università di Houston, moglie di un pediatra e madre di due figli, per mestiere studia e cataloga le  emozioni in parole  che usiamo tutti i giorni, svela il loro potere sulla nostra esistenza  ed  elabora linee guida chiare ed efficaci per modificare comportamenti dannosi. Il suo Ted sul potere della vulnerabilità come  status di autenticità a cui è giusto e intelligente aspirare,  sfiora quota 15 milioni di click, secondo solo a Steve Jobs. Brownm, che è diventata amatissima paladina contro il perfezionismo (“voce del nostro oppressore”),  esalta il coraggio, ovvero la capacità di dire quello che abbiamo nel cuore per creare relazioni genuine e scrive: “Siamo cablati per la connessione. Fa parte della nostra biologia. Nei neonati la è un bisogno vitale. Durante la crescita, essere connessi significa stare bene. La connessione è fondamentale perché abbiamo tutti l’innato bisogno di sentirci accettati e integrati e di sapere che gli altri ci apprezzano per quello che siamo”.
 Il più grande per creare la grande Rete? ostacoli? Vergogna,  “ la più diffusa delle epidemie”, che perde potere quando viene espressa”.

 

 

 

Giardino-delle-DelizieLa cattiva notizia è che non possiamo superare la vergogna per sempre. La buona è che possiamo sviluppare una forma di resilienza (essere capaci di accoglierla senza farci piegare). Con 4 mosse. 1)Riconoscere i detonatori della vergogna 2)Praticare la consapevolezza critica. 3)Aprirsi con gli altri 4)Dare voce alla vergogna. Lo schema è semplice e reattivo. Esempio. Se mi hanno dimezzato lo stipendio, sono impoverita e non posso più permettermi tre aperitivi alla settimana con le mie amiche, siccome me ne vergogno, invento scuse assurde, non mi faccio trovare, dico bugie, si sentono snobbate, non mi chiamano più e ora sono non solo senza soldi ma anche senza amiche. Posso scegliere. Rimanere nel cantuccio invalidante della vergogna oppure applicare lo schema Brown. Dunque. 1)Essere senza soldi è un detonatore della mia vergogna 2)Non sono l’unica, è un momento complicata, mi sto impegnando ad uscirne, 3)Non voglio restare sola con la mia preoccupazione. Scelgo la mia più cara amica e gliene parlo 4)Davanti a chi mi ama e mi protegge, posso nominare la mia vergogna, scioglierla e buttarla alle spalle. Facile? No, ma il prezzo che paghiamo non è forse superiore alla fatica di osare? Provateci almeno una volta e come dice Brown capirete che il coraggio è contagioso (e magari scoprirete che pure le altre amiche arrancano con i soldi e si sceglierà insieme un bar meno costoso). Si tratta di fare per noi stesse un piccolo gesto ottimista come uno dei personaggi i del bellissimo Il Cardellino (Rizzoli) dell’americana Donna Tartt: “Il mondo non mi verrà incontro, diceva sempre, per cui devo andargli incontro io”. Con il coraggio di chi conosce la sua vergogna e può guardarla in faccia senza più arrossire.

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Credevo fosse colpa mia (ma non era vero). come sconfiggere la cultura della vergogna e riprendersi la vita (ultra) pubblicato in America nel 2007, è stato il primo libro di Brene Brown ricercatrice di sceinze sociali dell’Università di Houston. Qui in Italia arriva dopo i grandi successi di I doni dell’imperfezione. Abbandona chi credi di odver essere e abbraccia chi sei davvero e Osare in grande. Come il coraggio della vulnerabilità trasforma la nostra vita in famiglia e sul posto di lavoro (entrambi ultra) In questo testo di autoaiuto libro Brown scandaglia la vergogna che spesso scambiamo per colpa e offre criteri semplici per capire la diferenza tra le due emozioni e strumenti efficaci direttamente applicabili per superare il nostro disagio invalidante  aprendo alla verità del cuore e stabilendo le connessioni con le persone che amiamo. Brown è tradotta in 5 lingue e pubblicata in 19 paesi

Credevo fosse colpa mia (ma non era vero).

Come sconfiggere la cultura della vergogna e riprendersi la vita

Brené Brown

pagg 329

euro 18.50

in libreria dal 30 aprile

 

Le illustrazioni sono tratte  Il Giardino delle delizie (o Il Millennio) di Hieronymus Bosch, databile fine 1400  circa e conservato nel Museo del Prado di Madrid.

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