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Ehi mamma, ma fai sesso anche tu? Domande che non ti aspetti e risposte possibili. Su Gioia!

 

Esterno sera, un’utilitaria attraversa la periferia metropolitana, al volante una mamma; sui sedili dietro, una coppia di ragazzini reduci dagli allenamenti di calcio, dieci anni a capoccia. Bimbo 1 (all’amico): «Perché dici che Squadra antimafia è una serie scopatoria?». Bimbo 2: «Mhhh…». Bimbo 1: «Massì, prima, negli spogliatoi».

Mamma (la cui posizione, di schiena, maschera un certo sgomento): «Ragazzi, non vi dovete vergognare, non c’è niente di male a parlare di sesso. Si vedono così tante cose in giro: in tv, su Internet, sui manifesti… è normale che vengano delle curiosità. E allora è meglio chiedere».

Bimbo 1: «Sì, in classe non si parla d’altro. Anche Christian mi ha detto che devo imparare a masturbarmi». Mamma (con borborigmi di incredulità e raccapriccio): «Ma tu sai cosa vuol dire?». Bimbo 1: «Vabbè, si sa che c’entra col sesso».

Situazioni che capitano, prima o poi, e non è detto che sia un male. Ma conviene tenersi pronti. A questa o a evenienze più spiazzanti. Tuo figlio, per esempio, che ti interroga su una specifica pratica, chiedendoti se la fai e se ti piace, usando termini altrettanto espliciti, che tu pronunci (forse) nell’intimità, scherzando con le amiche, mai davanti a lui…

Sono cose da grandi. E non puoi credere che quella creatura, a soli dieci anni, le conosca. Magari le sente e non sa che vuole dire. Sicura? E in ogni caso tocca replicare. Qual è la risposta giusta? Una bugia? La verità? Ma che imbarazzo!

Elena Quagliata, della Spi, società psicoanalitica italiana, coordinatrice di Cento e un bambino, collana di libri per genitori edita da Astrolabio, sorride degli imbarazzi materni: «I bambini hanno fantasie sulla sessualità dei genitori molto prima dei dieci anni e a un certo punto le verbalizzano. Non è un segnale negativo, anzi: vuol dire che c’è un dialogo, il figlio o la figlia sentono la sicurezza di poter fare una domanda specifica usando il termine che hanno sentito magari da un adulto, o in tv, e di cui quasi sempre non hanno chiaro il significato. Quindi chiedono a noi».

Ma veniamo alla parte più tosta: dopo (almeno) un respiro che rispondere? «Si può dire che la sessualità fa parte dell’intimità degli adulti, la stessa a cui lui accederà crescendo. Se non c’è imbarazzo invece possiamo raccontarci con sincerità ai nostri figli». Cioè dire come stanno le cose? «Sì, esattamente», conferma Quagliata e rincara Francesco Aquilar, psicoterapeuta e autore di Parlare per capirsi e Psicoterapia dell’amore e del sesso (entrambi FrancoAngeli):

«I bambini sono curiosi di sapere come funziona un trattore, la radio o il sesso: l’imbarazzo è nostro. Chiedono perché non sanno e, se non sanno, vuol dire che nessuno glielo ha mai spiegato. Invece è indispensabile parlare ai nostri figli di sessualità e delle sue componenti – emozioni, affetti, fisiologia».

D’accordo, incassato il rimprovero per le omissioni, ma, in concreto, che fare? «Consiglio uno: mai mentire, rispettare sempre la verità emotiva, fosse anche un “non me la sento di parlare con te di questi argomenti e mi scuso se non ho avuto il coraggio di farlo prima”. Consiglio due: da domani avete un compito, parlare

Esterno sera, un’utilitaria attraversa la periferia metropolitana, al volante una mamma; sui sedili dietro, una coppia di ragazzini reduci dagli allenamenti di calcio, dieci anni a capoccia. Bimbo 1 (all’amico): «Perché dici che Squadra antimafia è una serie scopatoria?». Bimbo 2: «Mhhh…». Bimbo 1: «Massì, prima, negli spogliatoi».

Mamma (la cui posizione, di schiena, maschera un certo sgomento): «Ragazzi, non vi dovete vergognare, non c’è niente di male a parlare di sesso. Si vedono così tante cose in giro: in tv, su Internet, sui manifesti… è normale che vengano delle curiosità. E allora è meglio chiedere».Bimbo 1: «Sì, in classe non si parla d’altro. Anche Christian mi ha detto che devo imparare a masturbarmi». Mamma (con borborigmi di incredulità e raccapriccio): «Ma tu sai cosa vuol dire?». Bimbo 1: «Vabbè, si sa che c’entra col sesso».Situazioni che capitano, prima o poi, e non è detto che sia un male. Ma conviene tenersi pronti. A questa o a evenienze più spiazzanti. Tuo figlio, per esempio, che ti interroga su una specifica pratica, usando termini altrettanto espliciti, che tu pronunci (forse) nell’intimità, scherzando con le amiche, mai davanti a lui…

Sono cose da grandi. E non puoi credere che quella creatura, a soli dieci anni, le conosca. Magari le sente e non sa che vuole dire. Sicura? E in ogni caso tocca replicare. Qual è la risposta giusta? Una bugia? La verità? Ma che imbarazzo!

Elena Quagliata, della Spi, società psicoanalitica italiana, coordinatrice di Cento e un bambino, collana di libri per genitori edita da Astrolabio, sorride degli imbarazzi materni: «I bambini hanno fantasie sulla sessualità dei genitori molto prima dei dieci anni e a un certo punto le verbalizzano. Non è un segnale negativo, anzi: vuol dire che c’è un dialogo, il figlio o la figlia sentono la sicurezza di poter fare una domanda specifica usando il termine che hanno sentito magari da un adulto, o in tv, e di cui quasi sempre non hanno chiaro il significato. Quindi chiedono a noi».

Ma veniamo alla parte più tosta: dopo (almeno) un respiro che rispondere? «Si può dire che la sessualità fa parte dell’intimità degli adulti, la stessa a cui lui accederà crescendo. Se non c’è imbarazzo invece possiamo raccontarci con sincerità ai nostri figli». Cioè dire come stanno le cose? «Sì, esattamente», conferma Quagliata e rincara Francesco Aquilar, psicoterapeuta e autore di Parlare per capirsi e Psicoterapia dell’amore e del sesso (entrambi FrancoAngeli):

«I bambini sono curiosi di sapere come funziona un trattore, la radio o il sesso: l’imbarazzo è nostro. Chiedono perché non sanno e, se non sanno, vuol dire che nessuno glielo ha mai spiegato. Invece è indispensabile parlare ai nostri figli di sessualità e delle sue componenti – emozioni, affetti, fisiologia».

D’accordo, incassato il rimprovero per le omissioni, ma, in concreto, che fare? «Consiglio uno: mai mentire, rispettare sempre la verità emotiva, fosse anche un “non me la sento di parlare con te di questi argomenti e mi scuso se non ho avuto il coraggio di farlo prima”. Consiglio due: da domani avete un compito, parlare con vostro figlio/a di corpo, sesso, amore

con vostro figlio/a di corpo, sesso, amore. Per favore, non lasciate cadere il discorso nel vuoto». Magari pensando di non essere autorevoli in materia. Errore.

Secondo un’indagine canadese (Università di Montreal e Saint Justine Hospital Research centre) il 45 per cento degli adolescenti considera i genitori il primo esempio (più degli amici, 32 per cento, e delle celebrità, 15); più in famiglia si discute di sesso con serenità e apertura, più i ragazzi sviluppano comportamenti responsabili e attenti alla salute. I primi ad essere sorpresi di questa influenza sono proprio i genitori, convinti (nel 78 per cento dei casi) di essere secondi a chiunque, agli occhi dei figli, su sesso e dintorni. E certi che l’educazione a una buona sessualità sia compito di altri.

Succede anche in Italia. Secondo la Sigo (Società italiana di ginecologia e ostetricia), a tavola si discute di look e sport, ma sessualità e contraccezione sono tabù in una famiglia italiana su tre. Non è bello, sostiene Aquilar: «Abbiamo perso l’abitudine al dialogo e una domanda un po’ audace dai figli ci mette in imbarazzo».

Come invertire la rotta? L’americana Shere Hite, famosa per i suoi Rapporti sulla sessualità degli americani, ha sempre incoraggiato madre e padre non solo a parlare di corpo e piacere, ma anche ad abbracciarsi e baciarsi davanti ai figli: «Se non succede, i ragazzi penseranno che il vero amore non ha nulla a che fare con il sesso. E la fisicità tra genitori – ammesso che esista – è imbarazzante».

Aquilar ne conviene: «Dialogare e testimoniare». Senza vergogna, con accortezza e gentilezza. Come ha scritto il sessuologo Fabio Veglia in Manuale di educazione sessuale (Edizioni Erickson): «In nessuna parte del mondo l’educazione sessuale è neutra: essa riflette cultura, religione, costumi, ma ovunque è vissuta come gioia e profonda comunicazione». Non insegnarlo ai nostri figli sarebbe un peccato. Quello sì, grave e imbarazzante.

 

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