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Emozioniamoci (ancora un po’). Su Gioia!

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Quand’è stata l’ultima volta che la gioia, o la tristezza, la paura, il disgusto, la rabbia (cosiddette emozioni primarie) vi hanno riempito il corpo e la mente appannando le nobili sembianze dell’io razionale, e forse spaventandovi o turbandovi, ma di certo facendovi sentire vivi? Capita mille volte al giorno da bambini, meno da grandi, quando le corazze della psiche si fanno più spesse e la vita più veloce, tanto che di chiamare per nome le emozioni non c’è nemmeno il tempo, e pian piano se ne perde la capacità. Non a caso ha 11 anni la protagonista di Inside out (il film della Pixar nelle sale), annunciato capolavoro già candidato a molti Oscar: il regista Pete Docter ha trasformato le emozioni in personaggi che vivono nella testa della bambina, per raccontarci come le loro alleanze e rivalità le disegnano la vita. Come accade a tutti noi, se solo troviamo il tempo di accorgercene.

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Ma poi che cosa è un’emozione?

Le definizioni sono centinaia ma su una la gran parte degli studiosi ha trovato un accordo: «è un processo interiore che parte da un evento reale o di fiction, da un ricordo o da una immaginazione e si chiude con la preparazione ad un’azione» ci riassume Olimpia Matarazzo, docente di Psicologia delle emozioni all’Università di Napoli che ha curato con Vanda L. Zammuner La regolazione delle emozioni (Il Mulino). In soldoni vuol dire che esse «servono ad orientarci, sono una valutazione immediata sulla conformità del mondo ai nostri interessi e ci spingono ad agire in modo adeguato. Se perdo l’equilibrio, ho paura, cerco di ripristinarlo, se qualcuno invade il mio territorio mi arrabbio lo fermo». Le emozioni si possono governare? «Sì, certo. In molti ritengono che la loro regolazione sia un processo cognitivo: sono delusa e lo dissimulo con un sorriso oppure mi distraggo da un pensiero triste. Altri, invece, sostengono che il nostro corpo sia una sorta di campo di battaglia tra emozioni e gli scopi che esse perseguono per nostro conto». Esempio? «Se sono a dieta miro al  piacere di dimagrire ma davanti a un bignè cedo al godimento immediato!». Chi ha ragione? «Non lo sappiamo, anche se di recente gli studi di neuro immagine hanno mostrato che quando controlliamo le emozioni si attivano le aree del cervello preposte ai meccanismi cognitivi».

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Ho un homunculus in testa!

Dunque, sarebbe nella testa la regia di comando, un po’ come ci racconta anche Inside out. Nota Antonio Maturo, docente di sociologia della Salute all’Università di Bologna e alla Brown University (Providence, Usa) che «la più avanzata tecnologia della Pixar riprende l’antico e affascinante pensiero da Cartesio in poi, secondo cui nel nostro cervello c’è un homunculus, un piccolo uomo che ci guida. In realtà, il film, risente del mito della biologia ovvero pensare che la conoscenza del meccanismo, sapere come funziona l’emozione, significhi accettarla e governarla. Un desiderio che, nell’America competitiva, è un bisogno disperato, perché ogni turbamento che deraglia dalla strada giusta verso il successo – la tristezza, l’irrequietezza dei bambini, la pulsione verso il cibo – viene medicalizzato e represso oppure fortemente stigmatizzato».

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Connessioni emotive permanenti

Ogni nostra emozione, infatti, ha una dimensione sociale e si somma a quelle provate dagli altri producendo un moto collettivo. Pensiamo alle cronache sui migranti e ai confronti accesi che suscitano nel talk show ma anche al bar o in un cena tra amici: compassione per le vittime di guerra, paura dello sconosciuto, pena per il bambino morto sulla battigia, gioia per gli abbracci in Germania. Questa valanga di emozioni quotidiane e contraddittorie finiscono per anestetizzarci o al contrario ci tengono vivi? Lo chiediamo ad Elena Pulcini, docente di Filosofia sociale all’Università di Firenze, tra i suoi libri La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’era globale (Bollati Boringhieri): «Dipende dal valore di cui sono riempite. In tv tutte le trasmissioni di successo usano il turbamento come fine a se stesso, da consumare qui e ora, ma quando l’emozione perde la sua verità diventa mobilitazione di anime ai fini dell’audience. La politica non può usare lo stesso meccanismo, perché diventa spettacolo o strumento di dominio. L’emozione collettiva è potente, va sostanziate di contenuti positivi e manovrata con la massima attenzione». Secondo la filosofa «mai come ora, in una dimensione così caotica e conflittuale le emozioni possono aiutarci a creare legami e limiti. Per paradosso, possono farlo anche quelle considerate negative. La rabbia ad esempio. Può diventare odio razziale oppure farci sintonizzare con chi patisce le ingiustizie e diventare spinta etica per prenderci cura di persone sconosciute. Le emozioni non sono fisse e immodificabili, possono essere educate e direzionate in modo evolutivo».

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Prenderci cura delle nostre emozioni

Volendo possiamo partire da noi stessi. Daniele Belloni, insegna yoga e meditazione allo Spazio Shanti di Milano ed è autore di Reportage dal silenzio (Mimesis), definisce le emozioni secondo l’esperienza che ci producono: «Forme energie che si manifestano all’improvviso, arrivano come creature dell’oscurità e fanno sconquassi ma non avevamo neanche idea della loro sagoma dentro di noi». Per prenderne consapevolezza basta usare la semplice tecnica della contemplazione ovvero: «Osservarci nel momento in cui l’emozione si manifesta e sentire che cosa proviamo: frustrazione, eccitazione, gelo, terrore. Se non siamo in grado di farlo nel momento in cui accade, proviamo a rivivere la sensazione alla fine giornata. Così inizia piano una conoscenza e si crea una relazione che ci porterà ad utilizzare la forza finora misteriosa a nostra favore».

 

 

 

 

 

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