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La sottile linea rossa tra complimenti e molestie. Su La Stampa.it

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Quando un collega o un capo dice ad una donna che è carina, la invita a cena, manda fiori, tocca, ammicca, insiste, dov’è il limite tra gentilezza e reato? Dice la psicologa Alessandra Pauncz, esperta di maltrattamenti psicologici e violenza di genere che per orientarci bisogna seguire «la percezione del comportamento: se la destinataria dice no, qualunque esso sia, anche un galante complimento, vuol dire che bisogna farla finita. Punto. Negli uffici si sta insieme 8 e più ore, si ride e ci si stressa, a volte nascono storie d’amore: il punto del consenso è dirimente. Gli uomini devono assumerlo e rispettarlo, le aziende hanno il dovere di creare codici etici e fare corsi di formazione evolutivi in questa direzione».

 

La legge definisce molestia un comportamento indesiderato connesso al sesso che viola la dignità di chi lo riceve e crea un clima umiliante o intimidatorio. È sempre bene reagire in modo chiaro e diretto, possono seguire azioni ufficiali (in caso, rivolgersi al consigliere di parità territoriale, è gratuito) ma soprattutto: mai implodere, sempre raccontare. Lo sa bene Olga Ricci, giornalista free lance, creatrice del blog “Il porco al lavoro” dove ha raccontato la sua storia di molestie, violenze e ricatti in un giornale di provincia, l’affresco di un sistema di potere maschilista e paramafioso, ora diventato “Toglimi le mani di dosso”, libro pubblicato da Chiarelettere. Il suo spazio virtuale oggi è collettore di storie reali a base di prepotenza e sopraffazione.

 

Secondo l’Istat, l’8,9% delle violenze subite dalle donne fuori dalle coppie è compiuta da un collega di lavoro e l’ultima indagine sulle molestie del 2010 dice: Il 51, 8 % delle donne in età 14-65 anni (10 milioni 485 mila) ne ha subìte almeno una nella vita, e le più esposte sono le giovani laureate. Dice Ricci: «Chi mi scrive spesso per la prima volta mette nero su bianco la sua storia. È sconcertante che accada in un blog, vuol dire che non ci sono altri luoghi di analisi e condivisioni. Spesso la narrazione del fatto brado suscita fastidio o evoca vittimismo ma se la questione delle molestie fosse affrontata in modo accademico, legislativo e culturale non saremmo qui a discuterne. E non ci sarebbe bisogno di un racconto didascalico della violenza».

 

Riflette Alessandra Pauncz: «Gli uomini vivono in una condizione di privilegio fuori e dentro gli uffici che a loro è invisibile e spesso noi donne l’accettiamo in modo inconsapevole. Un esempio quotidiano ed universale è il manspreading, la tendenza maschile di allargare le gambe appena seduti. Il primo pensiero delle donne, ad esempio nel caso degli autobus, è che siano piccoli i sedili, e si tende ad accucciarsi per occupare lo spazio rimasto, oppure si resta in piedi. Ma esiste un’altra possibilità: sedersi e farlo rientrare nei ranghi».

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