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Mamma, perché mi hai messo su Facebook? Su La Stampa.it

new-born-fame-selfie-neonati-facebookChe diritto abbiamo di postare le foto dei nostri figli e nipoti? E di pubblicare i divertenti dialoghi di famiglia? Condividere con i nostri amici virtuali le facce buffe dei neonati, i bronci dei preeteen, le candeline del compleanno è irresistibile: ma è giusto? «Non abbiamo nessun diritto di farlo» dice Davide Bennato (http://www.tecnoetica.it/) docente di Sociologia dei media digitali Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania.

Perché? Sostiene l’esperto che «le foto entrano a far parte di motori di ricerca, social network e sono potenzialmente accessibili sempre e per sempre I contenuti postati sono eterni, magari lo sappiamo pure ma non valutiamo le conseguenze». Già oggi le agenzie che si occupano di ripulire e costruire la good reputation hanno potenti mezzi per racimolare quel che di noi gira in Rete, in ogni angolo del mondo. Immaginate quanto sarà facile per chiunque tra dieci anni, recuperare e ricostruire – per gioco o per lavoro – l’esistenza in rete di qualcuno, compresa la foto di vostro figlio adolescente con l’orrendo cappellino a forma di delfino o davanti alla torta di Frozen con l’adorabile sorriso sdentato dei 6 anni: e se ai 14, a lui o lei non piacesse neanche un po’? Infatti il secondo e più delicato problema è relazionale: «Postiamo foto che raccontano come noi vediamo i figli e questo è molto diverso da come loro si vogliono raccontare. Trovo sbagliato questo considerarli un po’ come una proprietà o peggio un oggetto e non invece una identità a sé dentro un delicato processo di formazione nella vita reale e in Rete».

new-born-fame-selfie-facebook-twitter-1 Dovremmo smettere di pubblicare bagnetti,  primi passi travestimenti da Toy story? «Se sono già grandicelli e stanno sui social, la mia proposta è negoziare con loro e chiedere sempre il permesso e accordo proprio perché, glielo sottolineiamo, che quello scatto durerà per sempre. È una  questione etica e porsela insieme li responsabilizza anche rispetto ai loro stessi comportamenti». I social network ci hanno costretto a rinegoziare con noi stessi che cosa consideriamo privato, pubblico o condivisibile: la risposta è diversa per ognuno di noi e di sicuro è differente la percezione su che cosa è intimo e di che cosa è divulgabile tra noi e un adolescente. Questa cautela dovrebbe valere tanto più se si tratta di neonati o bambini così piccoli da non avere voce in capitolo: «Certo che postare ogni tanto una foto va benissimo, ma costruire sui proprio figli una dimensione narrativa digitale continua, farne una sorta di Truman show è dal mio punto di vista, di esperto e di padre, sintomo come minimo di una superficialità che mi lascia sgomento. E non trovo veramente nessuna buona ragione per applicare l’estetica del reality a una vita che non è neanche la nostra. Se un giorno questo mio figlio crescendo, in un momento cruciale della sua vita, mi chiedesse “Come ti sei permesso?” che cosa potrei mai rispondere». Secondo voi, l’esperto esagera o siamo noi a sottovalutare?

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