FULMINI

Madri Selvagge, dieci anni dopo.

madri-selvaggeDieci anni fa, il 14 febbraio 2006, veniva pubblicato da Einaudi Madri Selvagge. Contro la tecnorapina del corpo femminile, libro scritto a quattro mani con Paola Tavella. Ci animava un’energia vitale e biofila, l’urgenza di condividere una visione critica e femminista delle biotecnologie riproduttive che entravano a far parte della nostra vita quotidiana introducendo per la prima volta, e per sempre, un modo nuovo di venire al mondo.

La fecondazione assistita offriva risposte inedite al desiderio biologico e culturale di uomini e donne di riprodursi, mettendo al centro della scena una complessa relazione tra corpi, legge, potere medicale, nuove vite. Era un pensiero periferico il nostro, erano i tempi del referendum sulla legge 40, e voglio ricordare che lasciai il mio ben remunerato lavoro di portavoce di Barbara Pollastrini per onestà morale e intellettuale: lei era tra i promotori della chiamata alle urne, io la consideravo una follia politica destinata alla disfatta.

Dieci anni dopo, oggi, siamo nel pieno di un dibattito pubblico intorno all’utero in affitto altrimenti detta gestazione per altri (come se le parole avessero davvero, in questo caso, il potere di cambiare la sostanza delle cose, per me no grazie, non insistete, non ho il tabù del mercato). Un gruppo ampio e trasversale di femministe ne chiede la messa al bando, altri gruppi di femministe ne chiedono la regolamentazione, certune preferiscono farne un dibattito (!) su che cosa è la libertà, altre ancora, e io sono tra queste, fanno un passo indietro sulla certezza legislativa e tanto più sul divieto: non protegge le donne che fanno la gestazione e le esporrebbe al mercato nero, porterebbe a un ulteriore squilibrio di prezzi tra i vari Paesi, aggiungerebbe ombre su un mercato che già da troppe ne è agitato, non protegge i bambini che nascono. Non mi sento a mio agio dentro una campagna che propone di bannare la pratica – ma rispetto tantissimo chi lo fa, è una posizione forte, così si fa la storia, non certo esitando – e continuo invece a pensare che il mercato del materiale genetico e della vita debba stare al centro di una grande rivoluzione culturale.

Trovo irritante e persino disonesto discutere della libertà di mettere il proprio corpo in affitto – che cosa è la libertà lo vogliamo decidere in questo contesto così stretto tra desideri prepotenti, valanghe di soldi e bisogni? – ho l’urgenza di capire che cosa è e da dove nasce la domanda di maternità surrogata, ascoltare uomini e donne che vi fanno ricorso senza tabù, giudizi, condanne. Sento l’emergenza di costruire e consolidare una narrazione delle origini che sia cristallina e coraggiosa nel rispetto dei nati da biotecnologie: se le consideriamo parte della nostra vita è necessario fare spazio simbolico – e le parole ci aiutano in questo caso – al nuovo modo di nascere dentro le famiglie e dentro la società. Allo stesso tempo, sento di dovermi battere per non soccombere alla mitologia del biologico, peraltro posticcio, continuare a credere e dimostrare che la maternità e la paternità sono (anche) un fatto di relazioni, amore, responsabilità e altruismo, va dato agio ai legami familiari (omo o etero che importa), non considerare fare i figli un dovere, sostenere la libertà di donne e uomini che non vogliono essere genitori, accogliere il dolore di chi un figlio lo vuole e non riesce ad averlo senza pregiudizio, rendere l’adozione più semplice ed economica, estesa a tutti a prescindere dall’orientamento sessuale.

Il mercato delle biotecnologie è animato da lobbi potentissime e capitali smisurati dinanzi a cui le femministe che chiedono di bannare sono coraggiose e titaniche, ma solo se ognuno di noi farà la scelta di non ricorrere a quello che il mercato offre, quel mercato potrà estinguersi. Come ogni consumo, anche le biotecnologie riproduttive sono un prodotto sempre disponibile, finché c’è una domanda ci sarà sempre un’offerta, accedervi oppure no è una scelta e la scelta è cultura. Volutamente dunque mi sono tenuta ai margini di una battaglia che non riesco a sentire prepotente dentro di me e che in questo momento è così totalizzante che, come spesso accade in Italia, polarizza e non lascia spazio a confronti.

Come ad esempio un ripensamento critico di alcuni passaggi compiuti dentro Madri Selvagge opera di cui vado fiera e che ancora oggi mi commuove per il suo coraggio e intensità. Ne cito solo uno. Tornando indietro, vorrei ascoltare l’esperienza delle donne che mettendosi in gioco dentro le biotecnologie riproduttive hanno messo condiviso le loro esperienze, costruendo un sapere collettivo che è diventato giocoforza critico e protettivo per le altre e anche questo è femminismo.

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