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Blè no blu! Vita da commessa su La Stampa

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Sono almeno 700 mila le commesse (e i commessi d’Italia), più degli abitanti di Genova e meno di quelli di Torino, una sorta di Repubblica cui l’unica definizione “assistente alle vendite” non rende l’infinita varietà del popolo che la compone. Un’idea possono darla i requisiti necessari all’assunzione. Se per tutte le commesse, da Biella a Catania, è richiesta pazienza e cortesia, volendosi candidare nei negozi del centro di Roma o Milano è necessario parlare inglese meglio se accompagnato da russo, arabo o giapponese, l’istruzione alta non guasta. Nei negozi di street style avere vent’anni e capelli rosa è un vantaggio, in molti store di alta moda è proibito mostrare i tatuaggi, in tutti va indossata la divisa del brand. Ogni catena che si rispetti forma il personale di vendita ma sarà l’esperienza a forgiare la personalità della commessa a cui la cliente chiede non chiede solo taglia, colore e giudizi sul modello ma spesso pure iniezioni di autostima, conforti sugli esiti della dieta, confronto sulla necessità di quel decimo paio di stivaletti. E allora, a fine giornata, le assistenti di vendita sempre in piedi, stremate da clienti indecise o frettolose, come sfogano la rabbia o solo ridono delle loro dis/avventure?
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Per averne un’idea fate un salto su Vita da Commessa, community su Facebook che conta oltre 58 mila persone ed è stata creata da Laura Tanfani, 28 anni, addetta alle vendite in un negozio di abbigliamento a Chiaravalle, provincia di Ancona. Appassionata di disegno, laureata in moda e design e moda ad Urbino, dopo uno stage in sartoria, Tanfani trova un posto da commessa «temporaneo, mi sono detta» ma sono passati quattro anni ed è ancora lì. Siccome Laura è una persona carica di energia ed ottimismo, annota «su un libro le richieste più stravaganti», rispolvera la passione per il disegno, ne ricava vignette e le pubblica su Facebook. Il successo è immediato. Le condivisioni crescono, arrivano fino a 6 mila per ogni post e le colleghe da ogni parte d’Italia le inviano le richieste più assurde («una maglia a manica lunga ma a canotta»), disperanti («Ha qualcosa per me? Che cosa signora? Qualsiasi cosa») o surreali («Mi tiene il bambino per mezz’ora?») che lei trasforma in strisce.
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Intanto, Laura apre account di “Vita da commessa” anche su instagram e snapchat, aggiunge i video «che vanno fortissimo» e la fama cresce. La casa editrice Becco Giallo la contatta e le chiede un libro. Nasce così “Vita da commessa. Episodi realmente accaduti”, graphic novel edita da Becco Giallo, diventato un piccolo culto tra le commesse e i commessi d’Italia. Buonumore offresi a chi vuole ritrovarsi nella categoria delle clienti più divertenti (o avvilenti, dipende dal punto di vista) tra libro e social network ci sono assurdità per tutti o gusti: il cliente di Stefania che «vuole stigmatizzare le scarpe prima di acquistarle», l’impaziente che chiede di entrare anche se c’è un black out «tanto è solo per “dare un’occhiata”», la nonnina del voglio il «blè ma non il blu», la signora convinta di entrare dentro una small «mi dia la più larga che avete», la ricerca di «una maglia semplice ma particolare» o di «una felpa con due maniche». Tra le vignette di maggiore successo quella total black con su scritto: «state chiudendo?» che ha migliaia di condivisioni e commenti sui clienti fuori orario: «Di solito rispondo: ma no l’aspettavamo signora per farle una sorpresa…» commenta Loredana, Ikra, italiana di origine marocchina, nota: «Talvolta è un piccolo e cattivo gioco di potere, tenerti li dentro e decidere quando lasciarti andare via».
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La striscia: «Evviva, finalmente è venerdì! Ah no, aspetta, io lavoro pure nel week end» diventa un thread dal sapore amaro: «Meno male che avete un lavoro» scrive Novella, Barbara ricorda «orgogliosa di aver partecipato alle lotte pacifiche perché i negozi alla domenica fossero chiusi ma poi l’egoismo ha vinto» ma le mamme lavoratrici benedicono le aperture festive. La pagina delle commesse è diventata un punto di riferimento in generale per chi ha un lavoro di fronte al pubblico: «Baristi ne accettate?» chiede San a Laura Tanfani? Alla presentazione di Roma si presenta invece un giovane barbuto impiegato alle Poste che interviene dicendo «Nei nostri uffici le persone vengono ad arrabbiarsi: poi vanno via sereni, noi restiamo disperati»: l’autocoscienza è iniziata, la soap può continuare.

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Stampa domenica 19 febbraio 2017
Sullo stesso tema vedi anche http://www.lastampa.it/2017/02/06/societa/vorrei-la-small-pi-grande-che-avete-Da411eaeeoVX6hl65BGhOI/pagina.html

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