GIOIA

I nuovi padri visti dai figli. Su Gioia!

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Marcolino frequenta la terza media e adora suonare la chitarra con il padre: «Dai cantau- tori italiani a David Bowie, molte canzoni sono state le ninnenanne con cui mi cullava nelle notti insonni dei primi dentini». Martina ha 22 anni e tra due mesi andrà in America Latina per lavorare in un progetto di solidarietà, la prima volta così lontana da casa: «Mamma ha organizzato tutto, efficiente come al solito. Con lei discuto delle cose materiali, invece sogni e paure li confido a papà, da lui prendo coraggio e conforto. È così da sempre: affinità elettiva forse, oppure c’entra essere cresciuta con lui che lavorava in casa, mentre mia madre aveva orari infernali, da imprenditrice». Antonia, ultimo anno di liceo classico, è stata tirata su da una famiglia «con una divisione di ruoli tradizionalissima», fino a quando i genitori si sono separati «in modo civile e rispettoso. Io e mio fratello, 13 e 10 anni, stiamo tre giorni alla settimana da papà ed è come andare al lunapark: orari allentati, pizze sul divano, maratone di film il sabato, le partite di calcio con i suoi amici alla domenica. Con lui viviamo nel disordine e nell’allegria, uno stile diverso da quello prussiano di mamma, ma imparo una vita da maschiaccio che mi rende adattabile nei viaggi e con le persone». I nuovi padri sono una realtà da una generazione almeno: maschi che hanno un’occupazione più precaria della compagna dunque assumono il menage pratico e affettivo di casa, mariti che lavorano e accudiscono i figli vivendo anche loro le infinite complicazioni della conciliazione, divorziati che si occupano benissimo dei loro ragazzi, una quota piccola ma crescente di uomini che si disinteressano dei sogni di carriera per stare vicino ai bambini.

recalcatiLa fine del pater familias, assente, distratto e autoritario, non è da rimpiangere, ma come ha scritto lo psicanalista Massimo Recalcati nel suo Che cosa resta del padre (Raffaello Cortina), c’è bisogno di un maschile che testimoni attraverso la sua stessa esistenza che senso può avere la vita e quali sono i limiti, quei freni al “godimento immediato” che comportano frustrazione e crescita. Ma il genitore contemporaneo sa incarnare questo nuovo ruolo? Marcolino è convinto di sì: «Avere un papà bravo in cucina, presente ai colloqui con i professori, interessato ai miei amici e bravissimo a capire il mio umore, mi fa crescere più sicuro e indipendente. L’altro giorno ad esempio l’ho sfrattato dal salotto per vedere un film horror su Netflix con i miei amici. Lui è stato accogliente e paziente, anche se non ci ha preparato la merenda», aggiunge scherzando.

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Spiega Sofia Bignamini, psicoterapeuta del Minotauro-Istituto di analisi dei codici affettivi (Milano), specializzata in adolescenti: «Nella famiglia in cui le funzioni materne e paterne sono condivise e manca il conflitto con il padre, c’è un clima più democratico che fa crescere figli collaborativi, sensibili, creativi, ma più attendisti e possibilisti, talvolta più insicuri e preoccupati di non essere all’altezza del buono ricevuto dal padre e più impegnati nella separazione da una madre forte: se non riescono a essere perfetti si vergognano». Secondo lo psichiatra e psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet, non c’è più un complesso di Edi- po da superare; il suo posto è stato preso da Narciso: meno rabbia, ma più ansia da prestazione. Conferma Marcolino: «Da mio padre ho imparato, osservandolo, la passione per i bambini piccoli, a me come a lui piace giocarci insieme. E sì, un giorno anch’ io voglio diventare padre, spero bravo e affettuoso come lui». E quando lo dice fatica a nascondere un filo di preoccupazione. Però è anche sorpreso dalle mie domande: «Davvero ci sono padri diversi dal mio? So che mio nonno stava poco in casa e quando c’era non faceva nulla, ma quella tradizione è da buttare via. Vedo che, tra i miei amici, più o meno tutte le mamme lavorano e tutti i papà si danno da fare, quindi stiamo imparando a vivere nella parità e con gentilezza». Prosegue Bignamini: «I ragazzi in generale parlano pochissimo dei loro papà e hanno ben pochi immaginari a cui attingere. Nei cartoni dei Simpson, ad esempio, il padre è svuotato di ogni autorevolezza, in Peppa Pig è un compagno giocherellone. Il ruolo paterno perde sacralità e prestigio ma, nel mezzo di questa crisi, l’adolescenza può essere un’età perfetta per riscoprire il padre come grande risorsa, oltre l’immagine, nell’esperienza concreta». In un periodo di separazione dall’infanzia, «il padre è l’àncora per non perdersi nelle sue fragilità».

9788806218089_0_0_1531_80Martina la spiega così: «L’intimità emotiva con mio padre mi ha dato grande confidenza con il genere maschile. Ho più amici che amiche e i ragazzi non mi spaventano, quando uno mi piace non vado mai nel panico». Questi nuovi papà sono considerati amici? Mi risponde Edoardo, 14 anni: «Ho un padre molto “mammo”, ansioso e ordinato ben più di mamma, ma per me resta una persona da rispettare: con gli amici litigo o scherzo anche pesante, dico le parolacce, con lui no. Magari facciamo una battuta sulle belle ragazze, giochiamo a pallone, ci guardiamo le serie tv, ma non è un rapporto tra pari». Federico Ghiglione, pedagogista, tre figli maschi e autore di I papà spiegati alle mamme (Einaudi), è convinto che un padre presente faccia crescere adole- scenti più competenti sulle relazioni: «Imparano il linguaggio accudente ed educativo da entrambi i genitori». Del figlio di 15 anni dice: «Si sente molto seguito, ma da quattro occhi non scappi facilmente, però sa destreg- giarsi e intuisce con chi di noi discutere per avere il suo vantaggio». Anche questa è un’abilità.

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