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Da grande voglio essere magra. Su LaStampa.it


«Mi sento che gli altri mi guardano e un po’ mi invidiano. E questo mi piace», dice Elisa, 6 anni, baby indossatrice mentre attende di essere fotografata sul set. «Da grande voglio essere magra e fare la fidanzata», aggiunge Martina, 7 anni, sua mini collega, poco prima di salire in passerella. «Per un giorno di posa Emma prende anche 150 euro netti, non è poco, e poi si diverte», afferma la mamma di una piccola modella. Il nonno di una mini miss, veterano dei casting, racconta le follie della figlia con la nipote adesso un po’ cresciuta: «Ogni settimana la portava dall’estetista con lei. Questa bambina a sette anni aveva già le mani e i piedi pitturati, i capelli più chiari, e non le dico cosa ci voleva la mattina per portarla a scuola. Ci metteva un’ora, davanti all’armadio, per decidere cosa infilarsi». Queste bambine, poi, di giorni sui banchi ne perdono tantissimi anche se per legge, dai 6 ai 15 anni, il «periodo di tempo impiegato nella frequenza della scuola e le ore lavorative non deve superare complessivamente le 7 ore giornaliere e le 35 ore settimanali». Se sei sull’onda del successo, però, non ti importa di rispettare questo limite.

Sono voci e testimonianze tratte da “Bellissime. Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite” (Fandango libri), un reportage di Flavia Piccinni sul mondo degli spot, dei concorsi di bellezza e delle passerelle per bambine e bambine. Il libro racconta un universo che genitori, agenzie di casting, case di moda e agenzie pubblicitarie definiscono un gioco, ma di fatto è un business e un mestiere, un vero e proprio lavoro minorile, spesso sottopagato: «L’offerta di minori è tantissima, la domanda molto meno», ci dice l’autrice. “Bellissime” non è soltanto narrazione dei backstage e interviste ai protagonisti.

Il lavoro di Piccinni, formazione giornalistica e animo femminista, è essere anche un atto di accusa contro gli stereotipi di genere generati da spot e sfilate: «le bambine sono piccole donne truccate e seduttive, i maschi scugnizzi che si divertono» sottolinea Piccinni. Le chiediamo che ruolo hanno le madri in questo fenomeno: «Sono sempre loro a portare le bambine, pochissime riescono a farlo come un gioco e porre limiti, la maggioranza ne fa una missione in cui far arrivare la figlia, la tv diventa l’obiettivo a cui sacrificare scuola, gioco e crescita». Su entrambe le denunce del suo libro sono scattate interrogazioni parlamentari. La prima del deputato Riccardo Nuti del gruppo Misto rivolta al Ministro del Lavoro, per valutare l’invio di ispettori su set dove «ai bambini cui è impedito di bere per evitare di andare in bagno, rovinare il trucco o sgualcire i vestiti». È davvero sfruttamento? Risponde Piccinni: «Qualcuno guadagna bene, la maggior parte rimborsi spese minimo, tipo 100 euro per tre giorni di trasferta oppure una sacca con un paio di leggins dentro». La seconda interrogazione è stata presentata da Fabiola Antoli del gruppo popolare ed è centrata sulla strumentalizzazione del corpo delle bambine e l’ipersessualizzazione nella formazione dell’immaginario delle bambine. La senatrice chiede «campagne di sensibilizzazione nelle scuole primarie e secondarie, così da informare i bambini in merito alle conseguenze negative degli stereotipi di genere. E nel caso rivedendo anche le normative del ministero del Lavoro che regolano la partecipazione dei minori a sfilate di moda o a spot pubblicitari».

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