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Musulmane d’Italia. Su Gioia!

Photo di Diana Bagnoli e Stephanie Gengotti

Pisa, centro storico, vetrina di un negozio chic: il manichino indossa un elegante tailleur pantalone e sulla testa porta un velo come fosse una donna musulmana. La proprietaria della boutique invece ha la croce cattolica al collo e quella vetrina l’ha allestita perché è convinta che «ogni donna ha diritto alla bellezza e alla moda, senza distinzione di religione». La signora la pensa come Hind Lafram, 23 anni di cui 20 passati a Torino e ancora in attesa di cittadinanza, stilista di “modest fashion”, ovvero la moda sobria indossata dalle donne islamiche, creatrice di un brand che porta il suo nome ed è tutto made in Italy: «I miei vestiti sono pensati per le donne in movimento, imprenditrici, progressiste e tecnologiche che non amano indossare abiti corti, scollati o aderenti: quelle tra loro che sono musulmane aggiungeranno il velo. La mia collezione racconta la nascita di una nuova identità italiana che ingloba quella musulmana e cattolica traducendole in uno stile». Dice Renata Pepicelli docente di Storia dei Paesi islamici presso l’Università di Pisa ed esperta di femminismo islamico: «Entro pochissimi anni sarà la normalità avere donne islamiche italiane in politica, cultura, economia, all’università e tra le insegnanti dei nostri figli, alcune saranno velate e altre no, perché anche le musulmane non sono un corpo unico ma ununiverso di singole persone variabile per classi sociali, idee e comportamenti».

Prendete per esempio Ilham Allah Chiara Ferrero, 43 anni, che si è convertita all’Islam da ventenne intercettando i libri che il padre, docente universitario, leggeva per cultura personale: «Sono stati illuminanti, anche se ero una cattolica praticante». Ferrero, segretario generale della Coreis (Comunità religiosa islamica italiana), è sposata con Yahya Pallavicini, 51 anni, uno dei primi italiani nati musulmani, imam della moschea al-Wahid di Milano in via Meda, e non porta il velo: «Lo uso per pregare e nei luoghi santi. Coprirsi il capo è un gesto ormai carico di troppi significati che spesso dividono anche le donne, dunque lo difendo come simbolo religioso ma non come rivendicazione identitaria: viviamo in Italia e qui serve un approccio di dialogo, collaborazione e fiducia reciproca». Ovvero sentirsi parte di un’unica grande nazione in cui convivono con reciproco vantaggio diverse religioni e culture. Ferrero, ad esempio, è anche responsabile della comunicazione di Halal Italia, ente italiano per la certificazione islamica (halalitalia.org) dei prodotti di consumo conil simbolo halal, cioè leciti, senza elementi haram (cioè proibiti) come il suino, l’alcol o gli insetti: «Il nostro è un servizio di certificazione nato nel 2008 per aiutare le imprese italiane a esportare nei Paesi arabi, nel sud est asiatico e nella Russia abitata da milioni di musulmani».

Oltre che per il mercato interno composto da un milione e 700.000 musulmani (dati fondazione Ismu) che, al di là della pratica religiosa, sono potenzialmente osservanti delle norme alimentari. Spiega Pepicelli: «Le donne musulma- ne portano la normalità dell’Islam nella nostra quotidianità: le mamme nelle scuole e nei giardinetti, le intellettuali e le imprenditrici nello spazio pubblico. Tutte tessono reti che producono relazioni e cambiamenti». Per se stesse e per le generazioni future. Come Marwa Mahmoud, 32 anni, divorziata, mamma di una bambina di due anni e responsabi-e dei progetti di educazione interculturale del Centro culturale Mondinsieme di Reggio Emilia che, con forte accento emiliano, dice: «Sono parte di questo tessuto sociale, dunque sento la responsabilità morale ed etica di fornire ai miei concittadini, che faticano a vivere il fenomeno migratorio, ogni chiave possibile di comprensione. La Costituzione è la mia guida». Il futuro di sua figlia dove lo immagina? «Qui, in questa città, dove la educo per essere libera e, speriamo, felice». Le chiederà di portare il velo? «Sarà una sua scelta. Le racconterò il peso di risponderne sempre e a chiunque ma le dirò anche che il velo è il mio femminismo: il segno che del mio corpo decido solo io».

Lo stesso spirito di indipendenza anima Sara Ahmed, 25 anni, velata da sei per sua scelta, nata e cresciuta a Roma, laureata in Scienze politiche, molto seguita sui social dove di recente è stata sotto attacco per un post a favore dei diritti civili per le persone omosessuali: «I miei genitori mi hanno trasmesso l’amore per la religione che per me vuol dire costruire dialogo. Per lavoro mi piacerebbe diventare mediatrice culturale. Intanto seguo Il ponte sullo schermo, primo laboratorio gratuito di cinema, videomaking e recitazionecinematografica dedicato agli stranieri e fondato da Luana Gualano. Il gruppo che lo frequenta parteciperà al progetto Go home-A casa loro, un film collettivo sulle migrazioni finanziato e realizzato con il crowdfunding (locandina di ZeroCalcare, musica del Piotta, scritto da Emiliano Rubbi): un prodotto al 100 per cento romano, proprio come al 100 per cento romana si sente Sara.

Le donne musulmane non sono un mondo a parte, ma parte di noi e stanno costruendo un mondo nuovo. Non senza difficoltà. Racconta Sara El Debuch, siriana, attrice di cinema e teatro in Italia e all’estero, 20 anni, credente: «Negli ultimi due anni ho divorziato, tolto il velo, trovato un fidanzato italiano e cattolico; è una storia complicata, ma credo nell’amore più che nelle differenze religiose».


Conclude Sabika Shah Povia, 32 anni, giornalista: «Mio padre era stato adottato da un italiano negli anni in cui nessuno sapeva dove fosse il Pakistan sulla mappa, ho avuto la fortuna di crescere in un’Italia che non conosceva razzismo e pregiudizi, accompagnata da mio nonno Francesco, cristiano. Ora che i flussi migratori aumentano, diventa più difficile accettarci e rispettarci a vicenda. Però dobbiamo stare molto attenti a non commettere gli stessi errori di altri Paesi europei che hanno permesso la ghettizzazione di una parte della popolazione per etnia o classe sociale, cavalcando la retorica del “noi” e del “voi”. Come se il credo o le tradizioni di uno non potessero coesistere con quelle dell’altro, ma io so che non è così. L’ha dimostrato la mia famiglia allargata oltre i confini della geografia e della religione».

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