Arriva Nabucco

«Quando Abigaille e Nabucco cominciano a cantare abbiamo già la schiena a pezzi». Eh sì, perché stare sul ponte di manovra sopra la scena e far danzare mani e fili è una bella fatica. «Per non parlare del coro degli ebrei: ci uccide». Eugenio Monti Colla racconta Nabucco , l’opera per marionette – duecentoventi, per la precisione – che andrà in scena dal 7 al 28 marzo al Teatro Grassi di Milano. Già rappresentato una dozzina di volte, torna a Milano con qualche marionetta (due ancelle, per esempio) e qualche scena in più. «Abbiamo cominciato a parlarne due anni fa – spiega Eugenio, regista di Nabucco , con la direzione dell’allestimento affidata a Carlo III Colla -. Ma siamo entrati nel vivo della preparazione la primavera scorsa, realizzandolo tra una tournée all’estero e gli altri spettacoli». Ci pensavano da due anni a rendere l’ennesimo omaggio a Giuseppe Verdi. Il che significa analizzare innanzitutto la trasposizione dell’opera in testo teatrale con la scelta delle parti cantate (affidate in questa edizione a Tito Gobbi-Nabucco, Elena Souliotis-Abigaille, Bruno Prevedi-Ismaele, Dora Carral-Fenena, Carlo Cava-Zaccaria diretti da Lamberto Gardelli). E poi studiare i personaggi. E di ognuno valutarne le espressioni (Nabucco cattivo, Nabucco sbigottito, Nabucco che implora Dio…), i costumi, le acconciature (i guerrieri hanno tutti i ricci, ricci veri….), le armi (le lance e gli elmi sono assiro-babilonesi). «Con Nabucco – fa notare Eugenio Monti Colla – si riesce a capire perfettamente che cosa doveva essere, allora, l’amore di patria». Come quando, per esempio, si intona il Va’ pensiero e gli attori di legno si muovono straziati in catene. E, confessa Eugenio, lo hanno commosso.

Si parte da Giuseppe Verdi , ovviamente, e dal libretto di Temistocle Solera, ma con qualche libertà. Illustra Eugenio: «Lo spettacolo comincia con un prologo in una piazza della Scala dell’epoca con gli austriaci, lo spazzacamino, il caldarrostaio, i signori in carrozza…». Una carrozza tanto perfetta da strappare l’applauso a scena aperta. Poi si va a Gerusalemme. La distruzione del tempio, l’incendio, i fulmini, la deportazione degli ebrei, i passaggi segreti… E la favolosa scena del pavone che avanza nel giardino di Babilonia. Quando gli ebrei finiscono il coro appare, altra distrazione da Verdi, un monumento alle Cinque Giornate. La sfida dei Colla: «Riuscire a fare quello che avrebbe voluto Verdi». Senza la mediazione del cantante. Perché, è convinto Eugenio, il melodramma deve andare direttamente al cuore dello spettatore. Deve emozionare. E nessuno meglio degli attori di legno può farlo. (r.r.)

Nella foto, Eugenio Monti Colla, a sinistra, e Carlo III Colla tra le loro marionette