Intervista a Vito Molinari – Seconda parte

di enzo fragassi

Nel suo passato c’è tanta televisione. Però dagli anni Ottanta in poi, con una lunga pausa dettata da esigenze familiari durata dall’87 al ’94, lei ha quasi completamente abbandonato il piccolo schermo, ritornando al primo amore, quello per il teatro. Perché questa scelta?

Perché già dai primi anni Ottanta la televisione era profondamente cambiata. Fu allora che inventai Tutto Govi, una trasmissione dedicata al celebre attore comico genovese che mischiava filmati di spettacoli a materiale giornalistico. In seguito, mi hanno proposto trasmissioni dove contava soltanto – come conta tutt’ora – la percentuale dell’Auditel. Vede, io ho curato la regia di tanti varietà, proponendo in televisione artisti del calibro di Macario, Wanda Osiris, Carlo Dapporto, Renato Rascel, Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, tutti protagonisti di un genere – quello della rivista, dell’avanspettacolo – che proprio la televisione, mi duole dirlo, contribuì ad affossare definitivamente. Poi nacquero le figure dei «conduttori» alla Pippo Baudo e con loro i programmi «contenitori». Da quel momento, la professionalità di molti autori e registi non ha fatto che calare, perché non era più necessaria. E con loro, hanno perso di professionalità tutti quanti. Inoltre, le produzioni richiedono attrazioni che durano poco, per facilitare l’inserimento degli spot pubblicitari. Non si prova quasi più. E come vuole che cresca la qualità in questo modo?

Walter Chiari, Gino Bramieri, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Nino Manfredi, Johnny Dorelli, Milva, Cochi e Renato, Loretta Goggi… L’elenco potrebbe continuare a lungo. Chi l’ha fatta arrabbiare di più e con chi invece tornerebbe a lavorare anche domani?

Nel corso della mia carriera mi è capitato di litigare solo con due donne: una è Laura Betti. Bravissima, ma con un carattere impossibile. Fui costretto a mandarla via dal set. Solo anni più tardi, grazie all’intercessione di Paolo Poli, comune amico, facemmo pace. L’altra fu Elsa Martinelli, che si dava arie da diva. E forse un tempo lo fu davvero, ma di certo non lo era più quando la incontrai io. Un altro artista bravissimo ma dotato di un carattere impossibile era Renato Rascel. Ho avuto difficoltà a lavorare anche con Paolo Villaggio, che per altro era ed è un carissimo amico, conosciuto ancora ai tempi dell’Università di Genova. Paolo è, a mio avviso, un meraviglioso dilettante, nel senso che il suo essere un inguaribile confusionario non gli ha mai consentito di diventare un vero professionista. Ricordo quanto ci faceva disperare ai tempi di Quelli della domenica, in cui interpretava i personaggi di Fracchia e del Professor Krantz… L’ho rivisto di recente, a teatro, in uno spettacolo in cui si racconta. L’ho trovato bravissimo. Ma in carriera avrebbe potuto fare molto di più. Un tipo simile a Paolo, per certi versi, era Walter Chiari. Anche lui, incontenibile, irrefrenabile, ingovernabile. Come esempio di professionalità voglio invece citare un solo nome, quello di Caterina Valente. Una grande interprete, meno nota in Italia di quanto meriterebbe, anche se all’estero è molto conosciuta e apprezzata. Tra noi è nata un’amicizia che dura ancora oggi. Io arrivavo alle prove con mezz’ora di anticipo; lei era già lì, magari da un’ora e mezzo, a fare yoga per trovare la giusta concentrazione.

Recentemente a Milano è stata intitolata una via alla memoria di Gino Bramieri. Di lui che ricorda ha?

Ero presente alla serata organizzata dal figlio Cesare con il Comune di Milano, al Manzoni. La gente è accorsa in massa, segno che il suo nome non è stato affatto dimenticato. Tra l’altro, ripeteremo l’evento il 3 agosto a Cesenatico. Personalmente ho un ottimo ricordo di Bramieri. Non solo perché vinse nel 1996 il Premio Govi, al quale ho contribuito. Anzi, sono proprio reduce da una serata dedicata al comico genovese, in cui, tra il materiale che ho potuto rintracciare scavando nelle Teche della Rai, ho selezionato uno sketch in cui Gino lo imita perfettamente. Ricordo che mi diceva che aveva avuto due grandi maestri: uno fu Macario, della cui compagnia fece parte; l’altro fu Govi, col quale lavorò solo brevemente, per una sostituzione di due-tre mesi, quand’era ancora agli esordi. Quell’esperienza lo affascinò al punto da portarlo a studiare meticolosamente ogni dettaglio della sua recitazione, riuscendo poi a riprodurlo fedelmente. Ho recuperato anche un altro filmato in cui Gino, vestito da Braccio di ferro, presenta Lola Falana che canta Ma se ghe pensu in dialetto genovese. Bei tempi…

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Nelle foto, dall’alto, Vito Molinari, Eugenio De’Giorgi in Mistero Buffo e ancora il regista in una foto degli anni Cinquanta accanto a Franca Rame durante una premiazione