La Stampa, lunedì 7 settembre 1998

Hanno le loro buone ragioni sia coloro che approvano incondizionatamente la retata anti-pedofili di questi ultimi giorni, sia coloro che denunciano con preoccupazione il clima di caccia alle streghe che si sta creando intorno a questi nuovi “mostri”, e che rischia di condurre a nuove restrizioni della libertà per tutti.

Cominciamo da quest’ultimo punto. E’ chiaro che non si possono mettere sullo stesso piano, come ormai si tende a fare, coloro che rapiscono, violentano, talvolta uccidono bambini e adolescenti, fotografano e filmano le scene, rivendono le immagini o comunque ne fanno commercio, magari sfruttando la prostituzione minorile, e coloro che, navigando su Internet o anche semplicemente utilizzando il loro videoregistratore, si dilettano a contemplare queste immagini. Più violente sono le immagini, più colpevoli sono anche questi ultimi: ma quale che sia il disgusto morale che possono provocare, le loro responsabilità legali devono essere distinte da quelle di sfruttatori, rapitori, stupratori, assassini. La legge almeno dovrebbe distinguerle; e dovremmo farlo anche tutti noi, tenendo conto che in una società laica e liberale tutte le minoranze hanno diritto di esercitare la loro libertà fino a che questo esercizio non leda la pari libertà di tutti gli altri, senza alcuna confusione fra ciò che la maggioranza pensa del bene e del male e ciò che è effettivamente sanzionato dalla legge.

Nel caso della pedofilia, la questione è complicata dalla minore età delle persone coinvolte: qui si presume sempre che ci sia violenza perché i minori sono incapaci di un consenso davvero libero. Il limite di età, come sappiamo, è largamente convenzionale, e anzi è stato modificato spesso dai legislatori, conformemente alla trasformazione del costume.

Di recente, in occasione di delitti particolarmente efferati compiuti da minori (bambini di 8 o 9 anni) spesso si è messo in discussione proprio questo limite, che ne esclude l’imputabilità e li mette al riparo dalle sanzioni (e, per le stesse ragioni, dalle attenzioni sessuali degli adulti). Che il limite sia convenzionale e che possa venire modificato (ma fino a che punto? nei recenti casi di pedofilia le piccole vittime avevano anche due anni!), non è una ragione per violarlo; autorizza al massimo a ridiscuterlo in sede legislativa; e però consiglia almeno una certa cautela nei giudizi, proprio per non creare mostri producendo danni maggiori di quelli che si vorrebbero evitare. Danni che non toccano solo la vita degli adulti coinvolti, come nel caso recente del suicidio di un’intera famiglia accusata, pare ingiustamente, di violenza nei confronti di un bambino. Molto spesso si fa del male anche al bambino, che diventa “oggetto” di trattamenti psicologici, internamento in istituti, o come minimo interrogatori imbarazzanti, i cui effetti sono spesso devastanti.

Fin qui, comunque, siamo sul terreno di vizi antichi e sanzionati dalle leggi vigenti. La novità dei casi recenti consiste nel ruolo che vi ha esercitato l’utilizzo delle reti telematiche. Che, insieme ai pedofili a vario titolo coinvolti, risultano l’altro mostro, l’altro “soggetto” demonizzato nell’immaginazione collettiva. Ebbene, proprio le vicende recenti dovrebbero dissipare molti equivoci. La rete non è incontrollabile; il coordinamento tra le polizie giudiziarie dei vari Paesi interessati ha permesso di identificare e incriminare chi diffondeva su Internet le migliaia di immagini ora sequestrate.

La preoccupazione della caccia alle streghe, qui, concerne la possibilità che Internet e le reti simili vengano sottoposte a una specie di censura che finirebbe per rappresentare un’altra indebita violazione della privacy, già minacciata da ogni sorta di occhi e orecchi satellitari al servizio dei più svariati “grandi fratelli”. E’ molto probabile che queste preoccupazioni siano fondate; ma anche che dovremo accettare una certa limitazione della nostra libertà, se non vogliamo rinunciare ai grandi vantaggi offerti dalle nuove tecnologie. Succede come nel caso del terrorismo: è l’integrazione alla capillarità delle tecnologie che ci rende così vulnerabili alla violenza terroristica, e che esige la creazione di un’infinità di nuovi controlli.

Nel caso di Internet, bisogna che sia limitato drasticamente l’anonimato delle comunicazioni, almeno -come succede per le intercettazioni telefoniche- quando ostacoli la scoperta di reati. Non è tecnicamente impossibile, a quanto sembra; si tratta solo di adeguare le leggi, mediante un coordinamento, alle nuove possibilità tecnologiche. E’ un po’, qui, come nel caso della bioetica: talvolta si producono (e si amplificano indebitamente) effetti diabolici anche e soprattutto perché la legge è rimasta indietro rispetto allo sviluppo delle tecnologie. Ma, ancora una volta come per la bioetica, la mancanza di una legislazione aggiornata è anche conseguenza del vigere di troppi tabù, di un permanente eccesso di proibizionismi.

Non si tratta di legalizzare la pedofilia; semmai, di riconsiderarla più rigorosamente alla luce del principio liberale del rispetto delle minoranze fino a che non violano la libertà di tutti, e dunque anche fino a che non commettono vere e proprie violenze. Sappiamo che è un terreno delicatissimo su cui molti preferiscono non avventurarsi. E’ questo, forse, l’effetto peggiore del tabù. Non se ne parla, o se ne parla solo per deprecare e demonizzare, si crede di avere esorcizzato il fenomeno e di fatto lo si lascia nell’anonimato, nella zona d’ombra, dove come in tanti altri casi (dalla prostituzione alla droga) diventa fatalmente terreno di criminalità e violenze.

Una prima conclusione potrebbe essere: meno proibizionismi assoluti e meno tabù, in cambio di una maggiore assunzione di responsabilità, anche rinunciando all’anonimato di Internet. In una società dove non si crede alla caccia alle streghe, sarà più facile per tutti non doversi nascondere, o almeno cominciare a nascondersi un po’ meno.