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Intervista a Francesco Saponaro

In Italia, Chiòve è stato un successo, applaudito ovunque e premiato (Premio Nazionale Critici Teatro e Chiara Baffi Premio Ubu under 30 per la bella prova d’attrice). Il testo di Pau Mirò, titolo originale Lleuve in Barcelona, grazie alla regia di Francesco Saponaro, alla traduzione napoletana di Enrico Ianniello e all’interpretazione raffinata degli attori, è stato infatti una delle belle novità della stagione. La cosa divertente è che Saponaro è stato chiamato dal prestigioso Centro Dramatico National di Madrid per allestire una versione spagnola della commedia catalana. E anche lì, al teatro Valle-Inclàn, è stato un successo.

Così, viene voglia di fare due chiacchiere con Saponaro per capire come si è mosso, attraverso il Mediterraneo, proprio mentre si intensificano i rapporti teatrali tra le due grandi città-porto. Infatti, debutta a giorni (il 26 marzo) una versione spagnola di Magic People Show, divertente e caustico testo di Giuseppe Montesano, messo in scena da Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Andrea Renzi, Luciano Saltarelli, che in versione spagnola vedrà tra i protagonisti proprio Pau Mirò.

Insomma, tutto torna: e tutto gira attorno a Chiòve…

Saponaro: Certo è una drammaturgia fortunata – racconta Francesco Saponaro – e devo dire che per me è stato un incontro importante. Mirò è un autore contemporaneo che tratta sentimenti magistralmente e che scrive sempre pensando agli attori. Mi ha immediatamente incuriosito per la sua capacità di essere asciutto, diretto, semplice alla prima lettura e invece svelarsi poi molto complesso nel raccontare rapporti e relazioni umane. Ma l’incontro con lui è avvenuto grazie alla traduzione di grande intuito di Enrico Ianniello che, trasportando questo testo in napoletano, mi ha fatto scoprire una possibilità molto concreta, carnale, di metterlo in scena.

E infatti Ianniello è un vero ponte tra i due Paesi grazie alla sua attività di attore e scopritore di testi. Ma quali differenze ha incontrato nel lavorare sulla versione “italiana” e su quella spagnola?

Non credo capiti spesso di poter affrontare un testo due volte, nell’arco di poco tempo, con linguaggi diversi e in Paesi diversi. Paesi certo assimilabili per tanti aspetti, eppure distinti sul piano antropologico e sociale come Italia e Spagna. Dovendo lavorare per la seconda volta sul testo di Mirò, ho cercato di conservare l’analisi della struttura generale fatta per la versione napoletana, ma mi sono lasciato andare agli stimoli che arrivavano dal contesto spagnolo e soprattutto dagli attori spagnoli. Attori che non corrispondono alla stessa fisicità e natura comportamentale degli attori napoletani. Ho fatto scelte diverse, anche giocando sulle età dei protagonisti, puntando anche su un’altra suggestione dettata dallo sguardo che avevo sulla Spagna di oggi. È un paese molto dinamico, elettrizzato, assolutamente diverso dalla stagnante Italia. Questa condizione di partenza investe naturalmente la lettura del testo. Sono cambiate le geometrie, lo spazio, mi sono messo in difficoltà volutamente perché ho scoperto nuove cose: ho cercato di pormi come un bambino, con ingenuità e stupore rispetto al materiale che avevo. O come una spugna capace di assorbire le sollecitazioni che arrivavano da ogni parte. Il montaggio spagnolo, quindi, è più nervoso e dinamico, energico, mentre quello napoletano è più plebeo, più scuro, legato al clima che si respira nei Quartieri spagnoli. Fotunatamente, comunque, lo spettacolo di Madrid ha avuto un grande esito: gli attori, già abbastanza noti per le loro interpretazioni cinematografiche, hanno trovato una recitazione che ha avuto esiti molto interessanti. Mi piacerebbe continuare a lavorare con loro…

Attori straordinari, come Toni Cantò, indimenticabile in Tutto su mia madre di Almodovar, o come la bellissima e brava Maria Valverde, cui si affiancava Victor Clavijo. Ma si potrà vedere anche questa edizione in Italia?

Devo ammettere che sto intraprendendo alcune iniziative per portare lo spettacolo in Italia. Mi piacerebbe molto, ad esempio, che un festival se ne occupasse: Chiòve continua a girare in Italia (leggi in proposito la recensione di Renato Palazzi. N.d.T.), la versione spagnola è piuttosto importante e devo dire di qualità. Sarebbe bello trovare uno sguardo vivo da parte di programmatori e organizzatori per avere uno spazio anche in Italia.

Lei è parte del Consiglio artistico dello Stabile di Napoli. Come giudica lo stato del teatro nella sua città?

C’è un notevole dinamismo in campo artistico. Forse prodotto dallo stato di emergenza in cui viviamo: sempre, quando ci sono crisi, gli artisti riescono ad aprire nuove strade e prospettive. Ora, all’interno del Mercadante, con la nuova direzione di Andrea De Rosa, e con il consiglio artistico formato da quarantenni come Valeria Parrella, Lorenzo Pavolini e me, cerchiamo di portare avanti i progetti già avviati da Ninni Cutaia e poi da Roberta Carlotto. Ovviamente le nostre idee e la nostra dinamicità si scontrano con la penuria di strumenti a disposizione: possiamo progettare tutto, ma se non abbiamo gli strumenti per agire, per fare, si rischia che tutto finisca in bolle di sapone. E gli strumenti non devono cercarli solo i teatranti, come pure stiamo facendo: ci sono altri ambiti sociali, dirigenziali, cui spetta il compito di mettere a disposizione questi strumenti. E invece registriamo una grande stagnazione del quadro dirigente italiano, non solo napoletano. Dunque gli strumenti politici, sociali ed economici non sono all’altezza del dinamismo culturale e artistico di Napoli. Stiamo ora lavorando molto, ad esempio, per dare vitalità e visibilità anche al teatro San Ferdinando, la seconda sala dello Stabile. È un teatro che, come è noto, ha una storia importantissima ma deve avere anche un futuro: la città ha dimenticato questo palcoscenico che fu di Eduardo e servono dunque strumenti amministrativi e civili per far sì che Napoli si riappropri di questa sua storia. Non bastano le idee e le azioni dei teatranti. Gli artisti napoletani sono, ora come sempre, motivati: ma non vorrei che questa energia fosse solo il frutto di una emergenza, di una resistenza necessaria. In questo senso, mi fa riflettere proprio Chiòve, il testo di Pau Mirò che parla dell’ambizione alla normalità della sua protagonista, Lali. E Napoli, forse, ha bisogno di normalità, di vivere civile. Garanzia di un futuro da costruire e non da difendere con le unghie. E non si può costruire se si è impegnati a lottare per sopravvivere».

Allora quali sono i progetti per Francesco Saponaro?

In questo momento ho deciso di dedicarmi alla cura di un progetto importante per il Mercandante: Vespertelli, che prenderà vita proprio al Teatro San Ferdinando, e vedrà la luce a fine maggio. È un lavoro su un autore russo dell’Ottocento, Alexander Suchovo-Kobylin, scrittore pressoché sconosciuto in Italia. Dalla sua opera, elaboriamo una trilogia di testi, affidati prima a tre dramaturg napoletani per un adattamento, frutto anche di un lungo laboratorio di drammaturgia, e poi a tre registi e all’interpretazione di alcuni attori che a mio avviso sono tra quelli di maggior interesse della generazione dei quarantenni. Partendo da un principio di parallelismo tra lo stato di corruzione nella Russia zarista e lo stato di vessazione e corruzione dell’Italia degli ultimi tempi. Quindi, per guardare quello che siamo, il teatro parte da lontano. Può partire da Barcellona per raccontare Napoli e tornare a Madrid per raccontare la Spagna. Ci piace allungare il passo…

di andrea porcheddu Chiòve – Gallery › Photo Gallery

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